Il libro scandaglia la variegata discografia di Paolo Fresu, radiografandone i tratti salienti sotto il profilo emozionale, ambientale e musicologico, costruendo passo dopo passo la carriera artistica e le peculiarità dell’uomo e del musicista che costituisce un unicum nell’universo jazzistico italiano.
Nel panorama musicale europeo, Paolo Fresu si staglia come una figura poliedrica e multitasking, la cui traiettoria esistenziale ed artistica si dipana lungo tre direttrici inscindibili: quella dell’uomo, del musicista e dell’imprenditore. In lui convivono l’ardore del visionario, la disciplina dell’artigiano del suono e la saggezza del prolifico seminatore di idee e di raccoglitore di consensi.
Nato a Berchidda, piccolo borgo incastonato tra le pieghe della Sardegna più autentica, Fresu ha saputo trasformare le suggestioni della sua terra natale in un lessico musicale universale. L’infanzia, nutrita dai suoni della banda paesana e dai silenzi eloquenti della campagna, ha forgiato un’anima sensibile, incline alla contemplazione e alla ricerca. Come scriveva Rilke, «l’arte è l’infanzia ritrovata con mezzi adulti», e Paolo Fresu, con il suo strumento, ha saputo custodire e sublimare quella purezza originaria. Fresu non è un semplice musicista, ma un agente simbolico, un catalizzatore di processi identitari, un architetto di spazi estetici condivisi, una sorta di dispositivo umano di risonanza culturale. Nel suo caso, l’individuo si fa medium, il corpo si traduce in vettore di transiti simbolici e la musica diventa un atto di ecologia sociale. Egli non si emancipa dalla marginalità geografica, ma la trasfigura.
Berchidda non è mai un punto di partenza da superare, ma un epicentro da cui irradiarsi verso un infinito altrove. Così, Fresu incarna ciò che Edward Said definiva «l’intellettuale organico», capace di agire non solo nel campo estetico, ma anche in quello etico e politico. La sua traiettoria esistenziale non è lineare, ma rizomatica, egli si dirama, si contamina e si ibrida. Il jazz, per lui, non costituisce un genere, ma un metodo, un dispositivo epistemologico che consente di pensare il mondo in termini di improvvisazione, ascolto reciproco e negoziazione continua. La tromba (o il flicorno) non rappresenta uno strumento, ma una protesi dell’anima, un’estensione sonora del sé che si fa linguaggio collettivo. Fresu non suona, ma abita il suono, lo plasma come un artefice del silenzio, modulandolo come un demiurgo del tempo. L’asse antropologico della sua figura si articola attorno ad una tensione costante tra radicamento ed apertura. La sua identità non è monolitica, ma porosa, assorbente ed in perenne divenire, tanto da rigenerarsi costantemente nella relazione con l’altro, nel dialogo interculturale e nella contaminazione linguistica. In termini psicologici, potremmo parlare di un «sé narrativo», capace di integrare le molteplici dimensioni dell’esperienza in una trama coerente ma mai definitiva.
Il musicista di Berchidda agisce come agente di coesione, come facilitatore di processi comunitari, come promotore di benessere psicosociale attraverso la cultura. La sua attività non si limita alla produzione artistica, ma si estende alla cura dei legami, alla tessitura di reti ed alla costruzione di spazi condivisi. Nel suo ruolo di imprenditore culturale, il trombettista sardo non si limita a gestire eventi, ma progetta ecologie simboliche. Il festival Time in Jazz non è un semplice contenitore di concerti, ma un laboratorio di cittadinanza estetica ed un esperimento di rigenerazione territoriale attraverso l’arte. In un’epoca in cui la cultura appare spesso ridotta a mero intrattenimento, Fresu ne rivendica la funzione maieutica, ossia la capacità di generare consapevolezza, di educare lo sguardo e di trasformare il paesaggio interiore e collettivo. Il suo agire lo porta ad investire nel territorio, a tessere reti ed a costruire comunità attorno alla musica. In lui, l’uomo, il musicista e l’imprenditore non sono compartimenti stagni, ma vasi comunicanti di un’unica vocazione: quella di rendere il mondo un luogo più abitabile sulla scorta di un’arte declinata attraverso molteplici sfaccettature. Come scriveva Hölderlin, «laddove cresce il pericolo, cresce anche ciò che salva». Il suo modus operandi imprenditoriale risulta intriso di ethos: non mira soltanto al profitto, ma alla fertilità simbolica. In questo quadro, egli si attesta come un curatore di possibilità, un alchimista del reale che trasforma il silicio della marginalità in oro relazionale. La sua visione si mostra sistemica, non lineare, tipica di colui che pensa in termini di interconnessioni, di sinergie e di risonanze. Il suo modello sancisce quello della «permacultura», ossia un ecosistema in cui ogni elemento nutre e sostiene gli altri.
Fresu diventa così un costruttore di ponti tra l’indicibile e il condivisibile, tra l’intimo e il collettivo. La sua opera appare come un atto di resistenza poetica contro l’omologazione, un invito a pensare la cultura non come ornamento, ma come infrastruttura dell’umano. Come egli stesso ha affermato: «produrre cultura non significa solo generare economia, ma promuovere l’uomo, prima ancora di ciò che egli produce». Nel concetto di «Suono come sono, sono come suono», Fresu esplicita una verità che invade tutta la sua produzione, dove la musica non si configura per lui, quale linguaggio da dominare, ma come un microcosmo da abitare. In termini fenomenologici, potremmo dire che Fresu non «fa» musica: egli è musica. Per lui il suono non è mai neutro, ma sempre situato, incarnato e relazionale. La cifra stilistica fresiana si fonda su una poetica della sottrazione, su un minimalismo espressivo che rifugge l’esibizione virtuosistica per privilegiare l’intensità del dettaglio, la pregnanza del silenzio e la densità del respiro. In ciò, egli si avvicina alla lezione di Miles Davis, ma declinata secondo una sensibilità tutta mediterranea, intrisa di luce obliqua, di malinconia solare e di memoria arcaica. Il suo fraseggio fa emergere una calligrafia dell’anima, una scrittura timbrica che si traduce in racconto, confessione ed invocazione. L’improvvisazione, per lui, non rappresenta un esercizio di libertà individuale, ma un atto di responsabilità collettiva. Essa implica ascolto radicale, sospensione del giudizio ed apertura all’imprevisto. In termini psicologici, potremmo definirla una pratica di «empatia musicale», un’esperienza intersoggettiva in cui i confini dell’io si dissolvono per lasciare spazio ad una coscienza plurale. Come scriveva Merleau-Ponty, «l’arte non duplica il mondo, ma lo fa esistere».
Questa visione relazionale dell’arte si traduce anche nella sua incessante attività di collaborazione con artisti di ogni provenienza geografica e stilistica. Fresu ha suonato con jazzisti afro-americani, musicisti classici, cantautori, poeti, danzatori e pittori. Ogni incontro diviene per lui un’occasione di metamorfosi, un rito di passaggio ed un atto di ospitalità simbolica. In ciò, egli incarna l’archetipo del «bricoleur» di Lévi-Strauss, ossia colui che costruisce mondi a partire da frammenti, che trasforma la contingenza in forma e l’alterità in alleanza. Il suo percorso musicale, iniziato all’età di undici anni, si è nutrito di studio rigoroso e di incontri folgoranti. Dopo il Conservatorio di Sassari e quello di Cagliari, a Siena Jazz avviene la metamorfosi: il vernacolo afro-americano diventa per il trombettista non solo linguaggio espressivo, ma filosofia di vita. Da allora, Fresu ha solcato i mari come un moderno Ulisse del pentagramma, collaborando con strumentisti provenienti da ogni latitudine e partecipando ad oltre quattrocentocinquanta sedute di registrazione, di cui novanta a proprio nome. In fondo, «Una nota sola può raccontare una storia infinita», come lui stesso sostiene. Ed è proprio in quella nota che si condensano l’urgenza espressiva, la nostalgia del silenzio e la volontà di incidere nel reale. Accanto al musicista, coabita l’uomo di pensiero e di parola. Fresu si cimenta anche come scrittore, autore di saggi e racconti in cui riflette sul senso della musica, sul ruolo dell’artista nella società e sulla necessità di coltivare l’emozione come antidoto alla banalità del quotidiano. La sua visione appare umanistica, inclusiva, profondamente etica. Non a caso, ha ricevuto una laurea honoris causa in Psicologia Sociale per l’impegno nella promozione della cultura come strumento di coesione e benessere collettivo. Al netto di tutte le similitudini che una certa critica si ostina a voler ricercare, in questa analisi, alquanto obiettiva della sua discografia, il trombettista emerge come una figura fortemente caratterizzata e con una sua specifica filigrana estetica e sonora: un unicum nell’universo jazzistico Europeo. Per dirla in soldoni, Paolo non è Miles Davis e neppure Chet Baker, Paolo è Fresu: tertiun non datur!
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