L’amicizia umana ha origine dalla cooperazione, ricorrente tra gli animali, perfino negli insetti come formiche o api

Già nel 1946 l’Organizzazione mondiale della sanità dava una definizione di salute che va ben oltre l’assenza di malattia: è uno stato di completo benessere fisico, psichico e sociale. Un’armonia tra corpo, mente e le relazioni con gli altri. L’amicizia ha origine dalla cooperazione, ricorrente tra gli animali, perfino negli insetti come formiche o api. Sono stati gli ultimi diecimila anni quelli decisivi per plasmare il cervello, quando l’uomo primitivo, con la diffusione dell’agricoltura, da errante è diventato un essere tribale. L’evoluzione ha premiato i rapporti umani, tanto che la neocorteccia, cioè la sede delle funzioni cognitive superiori, ha fatto della socialità uno dei suoi cardini.

Usando le tecnologie di imaging, in pratica guardando nell’intrico dei nostri neuroni, si è visto che coltivare gli affetti lascia tracce profonde. Uno studio dell’Università di Oxford ha provato che frequentare gli amici porta a un rilascio nel cervello di endorfine, sostanze che danno benessere e che funzionano da antidolorifici potenti. Quando si dice avere una spalla su cui piangere. “L’amicizia migliora la felicità e abbatte l’infelicità, col raddoppiare della nostra gioia e col dividere il nostro dolore” scriveva Cicerone.

Un amico è colui che ascolta i tuoi racconti, che entra nel tuo mito personale. C’è anche quando i canali del confronto con i familiari sono intasati. Rappresenta un territorio di estraneità in cui espandere la nostra esperienza, rendendo fertili il pensiero e l’immaginazione. Una ricerca condotta all’Università inglese di Nottingham, su un campione di 1760 persone, conclude che si sta meglio se si hanno almeno dieci amici. I sentimenti sono terreni scivolosi, non si possono prendere per oro colato i risultati degli studi, seppure seri e accurati. Celebre il cosiddetto numero di Dunbar. Negli anni ’90, l’antropologo e psicologo Robin Dunbar ha dimostrato con i suoi esperimenti come gli uomini, in qualsiasi contesto e periodo storico, riescano a mantenere relazioni significative con 150 persone al massimo. La neocorteccia non riesce a gestirne di più, pena l’estinzione di alcuni dei rapporti (per assenza di contatti). Il nucleo di base, secondo le analisi dello scienziato, è formato da tre o cinque best friends. Oltre a questa prima cerchia, se ne trova in genere una seconda con altre dieci persone, con cui si comunica almeno una volta al mese, anche per una chiacchierata, poi una terza sfera con trenta e così via, – fino ai conoscenti con cui magari si scambiano solo gli auguri per le festività.

Plutarco avvertiva che “l’amicizia si compiace della compagnia, non della folla […]. Se si divide un fiume in diversi canali, il suo corso diventa debole e sfinito. Così è dell’amicizia: s’indebolisce a misura che si divide”. I timori di un mondo distopico, in cui i cellulari battono la realtà, animano da tempo il dibattito contemporaneo. Gli studi negativi hanno occupato la scena per anni, mentre negli ultimi tempi è emerso un certo consenso. Indagini recenti hanno rilevato che la maggior parte delle persone comunica su Facebook o Instagram soprattutto con gli amici della vita reale e che, in questi casi, la connessione digitale riduce la depressione e accresce la percezione di supporto sociale. Le interazioni online, del resto come quelle offline, sono più soddisfacenti se avvengono con qualcuno cui siamo molto legati.

I risultati di una ricerca condotta dalla Rutgers University, nel New Jersey, fanno pensare che la combinazione di varie modalità di interazione, dal telefono a WhatsApp, dalle e-mail ai messaggi via LinkedIn, possano addirittura rafforzare le amicizie. Non solo: mantengono vivi i legami dormienti. I canali social ci darebbero la possibilità di restare in contatto con persone di cui avremmo altrimenti smarrito le tracce nel corso dell’esistenza. Compagni delle elementari, vecchi colleghi, parenti lontani.

Redazione Torino

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