Torino, città di caffè storici, portici eleganti e cultura risorgimentale, ha un’insospettabile passione che unisce generazioni e angoli urbani: il gioco degli scacchi. Da Piazza Castello a Parco del Valentino, il movimento di torri, cavalli e alfieri scandisce i pomeriggi di molti torinesi, dando vita a una vera e propria sottocultura cittadina che fonde sport, riflessione e spirito comunitario.
Chi passeggia nei pressi dei giardini pubblici o sosta nei caffè storici può facilmente imbattersi in piccoli gruppi di appassionati che, con una scacchiera portatile o una più solida in legno intarsiato, si sfidano in silenzio. A volte è un duello tra pensionati che si conoscono da decenni, altre volte tra studenti universitari armati di smartphone e libri, ma ugualmente catturati dal fascino millenario del gioco.
Gli scacchi, a Torino, non sono solo un passatempo, ma una forma di espressione sociale. “Non è solo una questione di vincere o perdere”, racconta Mario, settantaduenne ex ferroviere che ogni mattina apre la sua scacchiera in piazza Statuto. “È un modo per pensare, per stare con gli altri senza per forza parlare”.
Questa inclinazione si riflette anche nella presenza di numerosi circoli scacchistici attivi, come il Circolo Scacchistico Torinese, tra i più antichi d’Italia, fondato nel lontano 1901. Il circolo ospita regolarmente tornei, corsi per bambini e adulti, eventi internazionali, contribuendo alla diffusione di una cultura del gioco profonda e consapevole. Anche le scuole, negli ultimi anni, hanno introdotto corsi di scacchi nei programmi scolastici, riconoscendone il valore educativo: migliorano la concentrazione, la memoria e il pensiero logico.
Ma a rendere peculiare il rapporto tra Torino e gli scacchi è anche lo stile con cui la città vive questa passione. A differenza di altre città in cui il gioco può essere competitivo o elitario, nel capoluogo piemontese prevale un approccio riflessivo, quasi filosofico. Non a caso, tra i frequentatori dei tornei si contano ingegneri, artisti, professori universitari, pensionati e giovani migranti che trovano nel bianco e nero della scacchiera un linguaggio comune.
In alcuni caffè, come quelli sotto i portici di Via Po, le partite diventano veri e propri spettacoli: si formano piccoli assembramenti di curiosi, silenziosi come in una sala teatrale, che osservano le mosse con occhi da intenditori. Il momento della “mossa vincente” scatena sguardi d’intesa, applausi soffocati, a volte una stretta di mano tra sconosciuti.
Torino, già patria di intellettuali e città dall’animo riservato, sembra aver trovato negli scacchi un modo perfetto per coniugare introspezione e socialità. In un’epoca frenetica, la lentezza calcolata del gioco offre una pausa, un ritorno alla riflessione, uno spazio condiviso che non ha età.
E così, tra una mossa e l’altra, i torinesi continuano a “giocarsi la città” con classe, strategia e una buona dose di eleganza sabauda.
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