Trent’anni possono sembrare più sufficienti per l’elaborazione di un trauma collettivo. Se però parliamo di una città che ha perso il suo ruolo di capitale pochi anni dopo la realizzazione di un sogno a lungo perseguito, l’unificazione dell’Italia, si può ben comprendere come Torino abbia vissuto i decenni successivi. Nel 1898, il cinquantesimo anniversario della promulgazione dello Statuto Albertino venne vissuto quale ulteriore occasione di mostrare al mondo intero come l’antica capitale spodestata avesse saputo rimettersi in gioco e approfondire una dimensione manifatturiera che agli inizi della seconda metà del secolo era ancora solo abbozzata, sino al punto di divenire punta di lancia dell’innovazione tecnologica e della produzione industriale.
L’Esposizione generale italiana del 1898 (Expo, diremmo oggi) offrì a Torino un’opportunità di rivivere il proprio ruolo di capitale del Paese: una “grande mostra artistico-industriale”, che rappresentava “una rassegna imponente e solenne dell’operosità italiana”, come si leggeva nella Guida di Torino stampata per l’occasione.
In tempi rapidi, una macchina organizzativa perfetta, diretta da un comitato esecutivo con sede a Palazzo Carignano, seppe costruire una vera e propria città nella città. Nell’area del parco del Valentino, fra i corsi Dante e Marconi (all’epoca, corso del Valentino), con il coordinamento dell’ingegnere e architetto Carlo Ceppi sorsero padiglioni effimeri quanto immensi, suddivisi in aree tematiche che spaziavano dalla meccanica di locomozione all’igiene e macchine di precisione, dalla marina alle industrie estrattive e chimiche. Una vera e propria rassegna, concreta quanto simbolica, delle “magnifiche sorti e progressive” che la società dell’epoca si attribuiva, ignara di essere in corsa per schiantarsi contro il muro della Prima Guerra Mondiale.
In mostra, i migliori e più avanzati prodotti dell’industria e della ricerca scientifica, che nel miglior spirito positivista annunciavano il nuovo secolo, al culmine della Belle Epoque. E poi, i padiglioni di grandi aziende come Ansaldo o Talmone, una latteria con caseificio, un salone per le degustazioni, spazi espositivi per le belle arti e la cinematografia, palloni frenati, birrerie e ristoranti. Con in più e dall’altra parte del corso Massimo D’Azeglio – l’estesa area dedicata all’arte sacra e alle opere missionarie.
Sacro e profano, divertimenti e tecnologie d’avanguardia che si intrecciavano in un evento, per l’epoca, di eccezionale portata, nel quale trovava un ruolo anche l’attiguo Borgo Medievale, edificato nel 1884 in occasione di una precedente Esposizione generale e giunto intatto sino ai giorni nostri. Diversa sarebbe stata poi la sorte del maestoso padiglione per i concerti del 1898, un ottagono con 4000 posti dei quali 2500 a sedere, smantellato al termine dell’evento per evitarne gli alti costi di gestione.
Analoga fine l’ebbero praticamente tutte le altre strutture espositive, compresi i grandi portali in stile vagamente moresco realizzati, quale ingresso principale, all’altezza dell’incrocio tra i corsi Massimo D’Azeglio e Raffaello, suggestivamente illuminati nelle ore serali.
I prezzi di ingresso per l’Esposizione? Erano piuttosto popolari: aggirarsi tra i padiglioni costava una lira, l’equivalente di circa cinque euro. Birre e gelati a parte, ovviamente. Con altri 50 centesimi, si poteva visitare anche la mostra di arte sacra.
Tutta la vicenda, nei suoi aspetti politico istituzionali, organizzativi e finanziari, è minuziosamente ricostruita nel volume 1898. L’Esposizione Generale Italiana. Dal dibattito preparatorio alla valutazione dei risultati, a cura di Rosanna Roccia e Pier Luigi Bassignana. Il libro, pubblicato nella collana “Atti consiliari – Serie storica”, è disponibile presso l’Archivio Storico della Città di Torino.
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