“Torino nel cuore, Londra nella vita”: la doppia anima dei torinesi all’estero

Sotto un cielo grigio, con il vento che taglia i marciapiedi di Camden Town e il profumo speziato dei mercati che si mescola al traffico dei double decker, i torinesi d’oltremanica camminano veloci. Vivono qui, lavorano qui, hanno cresciuto figli e imparato a pronunciare “sorry” con la naturalezza di un inglese. Eppure, in molti, quando parlano dell’Italia, e in particolare di Torino, abbassano un po’ la voce. “La nostalgia è un rumore sottile, ti accompagna sempre. Come la neve sui tetti a dicembre”, dice Marco Bianchini, 42 anni, manager nel settore finanziario, a Londra dal 2008.

“Sono partito dopo la crisi, cercavo di dare una svolta alla mia carriera. Qui ho trovato opportunità e un certo tipo di meritocrazia che in Italia allora non c’era. Ma ogni volta che torno a Torino e rivedo la Gran Madre al tramonto, mi viene un groppo alla gola. Sono due vite parallele: qui vivo, lì respiro”, racconta.

A King’s Cross, mentre aspetta un espresso in uno dei pochi caffè italiani che non servono il cappuccino nel bicchiere di carta, incontriamo Chiara De Santis, 31 anni, architetta, figlia di immigrati torinesi di prima generazione. “Mio padre venne qui negli anni Ottanta per lavorare alla metropolitana. Io sono nata e cresciuta a Hackney, ma i miei racconti d’infanzia sono le estati a Lanzo, le camminate a Superga, il bicerin la domenica con la nonna. È strano: mi sento torinese anche se non ho mai vissuto davvero a Torino”.

Per molti giovani della seconda generazione, la città piemontese è una memoria trasmessa, un archivio affettivo. “Ho imparato il dialetto dai miei zii. Mio cugino a Torino mi prende in giro perché parlo come mio nonno, con parole fuori moda. Ma è anche questo che mi fa sentire parte di qualcosa”, sorride Chiara.

C’è poi chi ha lasciato Torino solo da poco, come Francesca Martino, 26 anni, graphic designer freelance. “Mi sentivo soffocare. Torino è bella, ma in certi ambienti è ancora chiusa. Qui a Londra lavoro con persone di ogni parte del mondo, posso vestirmi come voglio, parlare tre lingue al giorno. Però il pane qui non sa di niente, il caffè lo eviterei se potessi. E la gentilezza? In Italia ti dicono ‘buongiorno’ anche quando sei in fila in posta. Qui sembra tutto più veloce, ma anche più freddo”.

Tra i torinesi di Londra, c’è anche chi ha cercato di portare un pezzo di casa con sé. È il caso di Alberto e Silvia, coppia di quarantenni che gestisce una piccola gastronomia italiana a Brixton. “Abbiamo aperto nel 2016, poco prima del referendum sulla Brexit. Volevamo creare un angolo di Torino a Londra. Vendiamo gianduiotti, robiola di Roccaverano, vitello tonnato su ordinazione. All’inizio venivano solo gli italiani, ora abbiamo clienti inglesi affezionati. Alcuni pronunciano ‘tajarin’ meglio di certi piemontesi”, scherza Silvia.

Ma cosa manca davvero, più del cibo? “Il ritmo. A Torino la domenica puoi passeggiare sotto i portici, sentire l’odore delle castagne, chiacchierare mezz’ora con un conoscente incontrato per caso. Qui corrono tutti, sempre. Anche quando non serve”, dice Alberto.

Eppure, nessuno tra gli intervistati ha mai pensato seriamente di tornare in pianta stabile. “Non ancora almeno”, dice Marco. “Tornare significa anche fare i conti con tutto quello che si è lasciato e con quello che è cambiato. Non so se sarei ancora capace di vivere lì. La nostalgia è selettiva, ricordi solo le cose belle. Poi torni e scopri che il tuo bar preferito ha chiuso, che gli amici si sono spostati, che non ti riconosci più nei discorsi di chi è rimasto”.

Chiara, invece, coltiva l’idea di un “ritorno ibrido”: “Mi piacerebbe vivere sei mesi a Torino e sei mesi qui. Un giorno, magari. Intanto, continuo a portare un po’ di Torino nelle mie illustrazioni. È il mio modo per restare connessa”.

Londra accoglie e trasforma. Torino resta nella memoria come un profumo familiare, come l’ombra lunga della Mole in una sera d’estate. Per chi è partito, resta sempre una città sospesa, amata, lontana. E nella nostalgia si intreccia l’identità: quella di chi è torinese dentro, anche a mille chilometri da casa.