«Torino ci osserva mentre scriviamo»: i Nocrac e il sogno inquieto di una città che non dorme mai
La band torinese presenta “Sogno”, estratto dal lato B di “Sexy Droga”: un viaggio tra solitudine, consapevolezza e magia urbana
Con “Sogno”, estratto dal lato B del disco d’esordio Sexy Droga, i NOCRAC, band torinese, continuano a costruire un immaginario denso e inquieto, dove la musica diventa strumento di indagine e non di consolazione.
Nell’intervista per Uno Sguardo su Torino, la band si racconta con sincerità, attraversando i temi che animano l’album: la solitudine come condizione condivisa, la ricerca di senso, il rapporto con il proprio lato oscuro e con la città che li ha visti nascere artisticamente.
Torino emerge come presenza viva, quasi magica: un luogo che osserva, che ispira e che riflette la stessa ambivalenza del loro suono — lucido ma sfocato, concreto e visionario al tempo stesso. Sogno è la metafora di un viaggio interiore che non offre risposte, ma apre crepe da cui entra aria, luce, consapevolezza.
Avete detto che il disco non vuole salvare nessuno, nemmeno chi lo ha scritto: credete che la musica possa invece offrire consolazione?
NOCRAC: Certo che sì. In qualche modo ne è fin troppo vittima, nel senso che molto spesso in ambito musicale mainstream (e non solo) viene utilizzata la “trappola” della consolazione, la ricerca spasmodica della nostalgia, perché garantisce un’emozione sicura e quindi un interesse — magari morboso e remunerativo — ma riuscirci non è comunque scontato. La consolazione è uno dei tanti poteri magici della musica ed è un abbraccio balsamico per chi ascolta, ma anche per chi scrive.
La ricerca di senso che “Sogno” mette in scena sembra destinata a non concludersi: per voi la bellezza sta nella ricerca o nell’arrivo?
NOCRAC: La bellezza è un concetto molto relativo perché può cambiare drasticamente fra gli individui. In ogni caso: talvolta è nella ricerca, talvolta nell’arrivo. Ci si fa abbindolare spesso con la scusa della “bellezza”.
Il brano parla di un protagonista che non riesce a “squarciare il velo”: esiste un velo che vi accompagna ancora oggi?
NOCRAC: Certo, ma non sempre si vede. A volte il velo è la routine, altre volte è la performance continua del sentirsi in controllo. Spesso è il modo in cui ci raccontiamo le cose per non crollare: piccole auto-narrazioni tossiche che ci ripetiamo. Le Sei, come altre canzoni del disco, prova a far vedere l’istante in cui quel velo trema. È una crepa, non una rivelazione, e da lì che entra aria.
La solitudine come esperienza comune è un tema forte del disco: è più spaventosa o liberatoria?
NOCRAC: Dipende da dove la si guarda. La solitudine in Sexy Droga non è né eroica né drammatica: è una condizione affettiva diffusa, qualcosa che ci portiamo addosso anche quando siamo in mezzo alla gente. Una condizione generazionale e del nostro tempo. Ci sembra.
Cosa significa per voi accettare definitivamente il proprio lato oscuro?
NOCRAC: È un lavoro quotidiano ed è necessario. Siamo nati nella società dei baraccati del benessere, quindi il lato oscuro, gli aspetti negativi, il marcio che produciamo viene tenuto ai margini, è malvisto.
Lo diciamo anche in termini politici: a causa della storia coloniale dell’Occidente, noi stiamo bene ai danni di qualcun altro. La società in cui viviamo, per una sorta di espiazione dei propri peccati, evita di mostrare lo schifo, la negatività e il male su cui abbiamo eretto le case di questa parte di mondo. Accettare il lato oscuro è come fare un compromesso con la storia e, più in grande, significa accettare se stessi interamente.
Torino è una città che unisce fascino industriale e tensione metafisica: quanto questa doppia anima ha influenzato la vostra scrittura e il modo in cui date forma alle vostre canzoni?
NOCRAC: Torino è una città che sembra osservarti mentre scrivi. È piena di spazi vuoti che chiedono di essere riempiti con fantasmi o canzoni. L’ambivalenza di Torino, tra rigore e allucinazione, tra nebbia e lampioni, è profondamente dentro Sexy Droga.
Non a caso molti brani nascono proprio da percorsi notturni tra bar, viali deserti, palazzi spenti. C’è sempre questa sensazione di esserci ma non del tutto, che è anche la postura del protagonista dell’album: presente, ma solo in parte. Lucido, ma sfocato. In questo senso Torino non è solo il luogo, ma uno stato mentale.
C’è un luogo torinese – reale o simbolico – che considerate parte integrante del vostro percorso musicale, un punto di partenza o di ritorno nel vostro modo di creare?
NOCRAC: Un luogo reale è lo studio di Carlo nella chiesa di San Filippo Neri, di fianco al Museo Egizio. Eravamo obbligati a suonare a volume bassissimo, e questo ha influito sullo stile di scrittura e sugli arrangiamenti. Forse anche le mummie dei faraoni ci hanno dato un po’ del loro charm.
I luoghi simbolici sono il vertice del triangolo bianco e il vertice del triangolo nero. La magia non esiste, ma se ti fai qualche inverno o primavera a Torino cominci a credere il contrario.
