«Sono partito da Vibo Marina, oggi racconto il mondo»: Antonio Nesci, 34 anni di giornalismo e una sfida chiamata futuro

Trentaquattro anni di giornalismo, vent’anni di editoria digitale nel 2029, una storia cominciata a dodici anni nella propria città e una prospettiva professionale che oggi supera i confini nazionali. Antonio Nesci è il fondatore e direttore de La Prima Pagina, progetto editoriale nato online nel 2009 e cresciuto progressivamente fino a diventare un gruppo di pubblicazioni territoriali, tematiche e internazionali. Nel suo percorso c’è praticamente tutto ciò che ha caratterizzato l’evoluzione della comunicazione negli ultimi tre decenni: la carta stampata, le pubblicazioni editoriali, la radio, la televisione, il giornalismo online, la produzione video, le dirette, l’informazione multilingue e le nuove piattaforme digitali.

Dalla Calabria all’Umbria, passando per la Spagna e guardando alle Americhe, la sua è una storia professionale che intreccia radici e internazionalizzazione. Vibo Marina rimane il luogo in cui tutto è cominciato, Perugia rappresenta una parte importante della sua vita attuale, mentre Barcellona è una delle nuove finestre attraverso le quali il progetto editoriale guarda al mondo. Recentemente è arrivato anche un riconoscimento in Messico, nell’ambito di un percorso di relazioni culturali e professionali che sta ampliando ulteriormente gli orizzonti del gruppo.

In questa conversazione Antonio Nesci ripercorre il passato, racconta il presente e anticipa le prospettive di un progetto che si prepara a raggiungere un traguardo importante: i vent’anni online de La Prima Pagina.

Antonio Nesci, se dovesse raccontare la sua storia partendo dall’inizio, da dove comincerebbe?

Da Vibo Marina, naturalmente. Non potrebbe essere altrimenti. Avevo dodici anni quando ho cominciato a scrivere. Era il 1993 e non avevo certamente la consapevolezza di quello che sarebbe diventato il mio percorso professionale. C’era soprattutto una passione, una curiosità verso ciò che accadeva intorno a me e il desiderio di raccontarlo.

A quell’età osservi il mondo con occhi diversi. Le persone, le vicende locali, gli avvenimenti che coinvolgono una comunità diventano occasioni per capire, approfondire e trovare le parole giuste per raccontare qualcosa agli altri.

La mia prima palestra è stata proprio il territorio. Successivamente sono arrivate le collaborazioni con la stampa calabrese, le prime esperienze organizzate, fino alla realizzazione di un mio bisettimanale quando ero ancora molto giovane, tra i sedici e i diciotto anni.

Non c’è stato un momento nel quale ho deciso improvvisamente di diventare editore. È stato un percorso progressivo, nel quale ogni esperienza ha aggiunto un tassello. Ho iniziato scrivendo, poi ho imparato a organizzare il lavoro editoriale, a costruire relazioni, a confrontarmi con i mezzi di comunicazione e, soprattutto, a comprendere che dietro una pubblicazione c’è un’organizzazione complessa.

Oggi, dopo 34 anni, mi rendo conto di aver attraversato praticamente tutte le principali stagioni del giornalismo contemporaneo.

Trentaquattro anni sono tanti. Che cosa è rimasto di quel ragazzo che scriveva a dodici anni?

La curiosità. Credo sia l’elemento più importante e quello che mi ha permesso di non fermarmi mai.

Sono cambiati gli strumenti, le tecnologie, i tempi di produzione e persino il modo in cui le persone si avvicinano alle notizie. Ma la necessità di raccontare, di cercare informazioni e di comprendere quello che accade è rimasta.

Quando ho cominciato, il giornalismo aveva ritmi completamente diversi. La carta stampata richiedeva tempi, organizzazione e una conoscenza particolare del processo produttivo. Poi sono arrivati i mezzi elettronici, le radio, le televisioni, internet e successivamente le piattaforme social.

Ho cercato di non vivere questi cambiamenti come una minaccia. Li ho considerati occasioni per imparare qualcosa di nuovo.

Forse la differenza tra chi rimane legato a una stagione professionale e chi riesce ad attraversarne diverse sta proprio nella disponibilità a rimettersi continuamente in discussione.

Non ho mai voluto essere soltanto il giornalista di una determinata epoca. Ho sempre cercato di capire dove stesse andando il mondo dell’informazione.

Vibo Marina è il punto di partenza. Quanto è importante oggi mantenere un legame con le proprie origini?

È fondamentale. Vibo Marina non è soltanto il luogo nel quale sono nato e ho iniziato a scrivere. È una parte della mia storia personale e professionale.

Quando parti da una realtà territoriale, impari a comprendere quanto siano importanti le comunità locali. Ogni territorio ha una propria identità, una propria storia, persone che meritano di essere ascoltate e vicende che spesso non trovano spazio nei grandi circuiti dell’informazione.

La mia attenzione per il giornalismo locale nasce proprio da questa consapevolezza. Non ho mai pensato che raccontare un piccolo centro fosse meno importante che raccontare una grande città.

Anzi, ritengo che uno dei compiti più interessanti dell’informazione sia proprio quello di collegare realtà differenti, permettendo a una comunità di conoscere ciò che accade altrove e, allo stesso tempo, di far conoscere se stessa.

La Calabria mi ha dato le prime opportunità, ma soprattutto mi ha trasmesso un rapporto diretto con le persone e con il territorio. Questo modo di intendere il giornalismo continua ad accompagnarmi.

Anche quando lavoriamo su progetti internazionali, non perdiamo questa impostazione. Cambia la dimensione geografica, ma rimane la volontà di raccontare le persone e le comunità.

Nel corso della sua vita ha lasciato la Calabria e ha costruito un rapporto importante con Perugia. Come è avvenuto questo passaggio?

Perugia è diventata progressivamente una parte importante della mia vita. Mi considero un umbro d’adozione e ho sviluppato un rapporto con questa città che va oltre la semplice residenza.

È un territorio con una forte identità culturale, una storia importante e una dimensione internazionale legata anche alla presenza universitaria. Perugia offre una prospettiva particolare a chi si occupa di informazione.

Arrivare in Umbria ha significato ampliare il mio sguardo, confrontarmi con un’altra realtà e costruire nuove relazioni. Non ho mai vissuto questo passaggio come una rinuncia alle origini calabresi.

Credo che una persona possa appartenere a più luoghi. Ci sono le radici, che non si cancellano, e ci sono le esperienze che si aggiungono nel corso della vita.

Oggi Vibo Marina rappresenta l’inizio della mia storia, mentre Perugia è uno dei luoghi nei quali questa storia continua a svilupparsi.

E poi c’è Barcellona, una città che negli ultimi tempi è entrata nel suo progetto editoriale.

Barcellona rappresenta una nuova prospettiva, soprattutto per la dimensione internazionale che stiamo costruendo.

Con Próxima Parada Barcelona abbiamo avviato un progetto dedicato alla città e al suo territorio. La Spagna è un contesto molto interessante, non soltanto per il mercato editoriale, ma anche per le relazioni culturali e linguistiche che può favorire.

Il mondo ispanofono offre opportunità enormi. Parliamo di una comunità linguistica che attraversa l’Europa e le Americhe e che permette di costruire collegamenti tra realtà molto distanti.

La nostra intenzione non è semplicemente portare in Spagna un prodotto editoriale italiano. Vogliamo sviluppare un’informazione capace di dialogare con il pubblico locale, raccontando la città, le sue trasformazioni e i suoi protagonisti.

Barcellona, in questo senso, rappresenta un laboratorio. È una delle tappe di un progetto che guarda a una dimensione internazionale sempre più concreta.

La sua carriera ha attraversato la carta stampata, la radio, la televisione e il digitale. Si sente ancora soprattutto un giornalista oppure oggi prevale il ruolo di editore?

Le due dimensioni convivono. La mia formazione è quella del giornalista, ma nel tempo ho dovuto sviluppare competenze molto più ampie.

Ho scritto per la carta stampata, ho collaborato con testate giornalistiche, ho lavorato in radio e in televisione, ho realizzato pubblicazioni cartacee e successivamente ho investito nell’editoria digitale.

Questo percorso mi ha consentito di conoscere i diversi aspetti della comunicazione. Non soltanto la produzione dei contenuti, ma anche l’organizzazione delle redazioni, la gestione delle collaborazioni, la distribuzione, la promozione e la costruzione di un progetto editoriale.

Oggi mi definirei un editore con una formazione giornalistica completa, maturata sul campo attraverso esperienze differenti.

Un editore non può limitarsi a osservare il lavoro degli altri. Deve comprendere come nasce un prodotto, quali professionalità sono necessarie, quali strumenti servono e come raggiungere il pubblico.

La mia esperienza mi permette di seguire un progetto dalla sua ideazione fino alla distribuzione finale, indipendentemente dal mezzo utilizzato.

La Prima Pagina nasce nel 2009. Che cosa ricorda di quel momento?

Ricordo soprattutto la convinzione che internet avrebbe cambiato radicalmente il modo di fare informazione.

La Prima Pagina ha avuto una fase di progettazione precedente alla nascita online. L’idea editoriale era maturata già nel 2008, quando immaginavamo un progetto che potesse svilupparsi attraverso un modello innovativo rispetto alla tradizionale organizzazione della stampa locale.

Nel 2009 siamo arrivati alla pubblicazione online. Da quel momento è iniziato un percorso che ha attraversato quasi due decenni.

Non era scontato riuscire a mantenere un progetto editoriale indipendente per così tanto tempo, soprattutto in un settore nel quale cambiano continuamente le regole della distribuzione, le tecnologie e le modalità di accesso alle informazioni.

La Prima Pagina è cresciuta grazie al contributo di tantissime persone. Negli anni abbiamo coinvolto centinaia di collaboratori e costruito un archivio editoriale molto ampio.

Ma la cosa che considero più significativa è la capacità di evolverci. Non siamo rimasti fermi al modello iniziale.

Da una testata a un gruppo editoriale: come è avvenuta questa trasformazione?

È avvenuta attraverso una serie di passaggi, alcuni programmati e altri nati dalle opportunità che abbiamo incontrato.

A un certo punto abbiamo compreso che il digitale permetteva di sviluppare pubblicazioni con identità differenti, rivolte a pubblici specifici e a territori diversi.

Da qui è nata una struttura più articolata, con testate territoriali, progetti tematici e iniziative rivolte anche alle comunità italiane all’estero.

Abbiamo ampliato progressivamente il nostro raggio d’azione, sperimentando nuovi prodotti e nuove forme di distribuzione.

Oggi il gruppo non è più identificabile soltanto con il suo progetto originario. La Prima Pagina rimane il riferimento principale, ma attorno a essa si è sviluppato un sistema editoriale che comprende numerose pubblicazioni.

Questo ci permette di lavorare su più argomenti e di raggiungere lettori con interessi differenti.

La crescita, tuttavia, non deve essere misurata soltanto attraverso il numero delle testate. È importante costruire un’organizzazione sostenibile, capace di mantenere una qualità editoriale riconoscibile.

Fast News Platform sembra rappresentare una delle espressioni più evidenti di questa nuova fase.

Sì, perché Fast News Platform nasce con una vocazione fortemente multimediale e internazionale.

Oggi non possiamo pensare all’informazione soltanto come a una pagina scritta. Il pubblico utilizza dispositivi differenti, segue le notizie attraverso video, dirette, contenuti audio e piattaforme social.

Abbiamo quindi sviluppato un progetto che mette insieme queste dimensioni.

Fast News Platform è anche un modo per costruire una redazione che non abbia necessariamente un’unica collocazione geografica. Possiamo collaborare con persone che si trovano in Italia, in Argentina, negli Stati Uniti, in Canada, in Spagna e in altri Paesi.

Le distanze diventano meno rilevanti quando esistono una visione editoriale condivisa e strumenti adeguati per lavorare insieme.

Un aspetto importante è quello linguistico. Stiamo sviluppando contenuti in italiano, spagnolo, inglese e francese, con l’obiettivo di raggiungere pubblici diversi senza perdere il rapporto con i territori.

Non si tratta soltanto di tradurre. Bisogna comprendere le sensibilità culturali, i riferimenti locali e le esigenze informative di ciascun pubblico.

Quindi il futuro dell’editoria non sarà necessariamente legato a una singola lingua o a un singolo Paese?

Credo che la dimensione internazionale sarà sempre più importante.

Per molto tempo abbiamo pensato alle testate giornalistiche secondo una logica prevalentemente geografica. Una redazione, una città, un territorio, un pubblico di riferimento.

Oggi questa impostazione può essere superata, senza naturalmente rinunciare all’informazione locale.

Possiamo avere una pubblicazione dedicata a una città italiana e, contemporaneamente, una presenza editoriale in Spagna o in Canada. Possiamo raccontare un avvenimento che accade a Perugia e renderlo accessibile a un pubblico che vive a Buenos Aires o a Toronto, quando esiste un interesse concreto.

Le comunità italiane nel mondo rappresentano un interlocutore importante. Milioni di persone mantengono legami culturali, familiari e identitari con l’Italia.

Ma il nostro obiettivo non è soltanto rivolgerci agli italiani all’estero. Vogliamo dialogare anche con i cittadini dei Paesi nei quali operiamo, costruendo una presenza editoriale autentica.

Recentemente ha ricevuto anche un riconoscimento in Messico. Quanto conta questo passaggio nella sua storia professionale?

È un risultato che mi ha fatto particolarmente piacere.

Il Messico è diventato un interlocutore significativo nel percorso di internazionalizzazione che stiamo portando avanti. Negli ultimi tempi abbiamo sviluppato relazioni e collaborazioni legate alla cultura, all’educazione e alla comunicazione.

Il riconoscimento ricevuto rappresenta un momento di soddisfazione personale e professionale, ma lo considero soprattutto un’occasione per consolidare rapporti e costruire nuove opportunità.

Quando si lavora nell’editoria internazionale bisogna avere la capacità di ascoltare, confrontarsi e comprendere realtà che hanno storie e sensibilità differenti.

Non basta arrivare in un Paese con una propria proposta. Bisogna costruire relazioni, individuare punti di contatto e sviluppare progetti condivisi.

Il Messico può rappresentare un ponte importante verso un continente nel quale esistono enormi possibilità di collaborazione culturale e informativa.

Quanto è importante, in questo percorso, il rapporto con gli italiani e gli italo-discendenti nel mondo?

È un elemento che considero molto importante.

La presenza italiana all’estero è una risorsa culturale straordinaria. Ci sono comunità che conservano tradizioni, lingua, memoria familiare e un rapporto profondo con i territori di origine.

Ma non dobbiamo guardare a queste comunità soltanto attraverso la nostalgia.

Gli italiani all’estero sono parte di società dinamiche, partecipano alla vita economica, culturale e professionale dei Paesi nei quali vivono e possono diventare protagonisti di nuove relazioni internazionali.

L’informazione può svolgere un ruolo significativo, perché permette di mantenere un collegamento tra le diverse realtà.

È una delle ragioni per cui abbiamo investito in progetti che guardano al Canada, agli Stati Uniti, all’Argentina e ad altri Paesi.

In questi anni è cambiato anche il rapporto tra giornalista e pubblico. Come interpreta questa trasformazione?

È una delle trasformazioni più importanti.

In passato il rapporto tra chi produceva informazione e chi la riceveva era prevalentemente unidirezionale. Il giornale pubblicava, il lettore leggeva. La radio trasmetteva, l’ascoltatore ascoltava. La televisione proponeva un contenuto e il pubblico lo seguiva.

Oggi il pubblico partecipa, commenta, condivide, segnala e spesso contribuisce a individuare temi che meritano attenzione.

Questo non significa che tutti debbano diventare giornalisti. Significa che l’informazione deve saper ascoltare.

Una delle espressioni che abbiamo utilizzato per descrivere il nostro approccio è quella di un’informazione digitale e multicanale nella quale il protagonista sei tu.

Il pubblico non è soltanto il destinatario finale. È una componente essenziale del rapporto editoriale.

Naturalmente la responsabilità della verifica e della pubblicazione rimane della redazione. Ma il dialogo con i lettori può rendere l’informazione più vicina alla realtà quotidiana delle persone.

L’intelligenza artificiale sta modificando profondamente il settore. È una minaccia per l’editoria o un’opportunità?

È uno strumento che dobbiamo conoscere e utilizzare con consapevolezza.

L’intelligenza artificiale può aiutare a organizzare i flussi di lavoro, analizzare informazioni, supportare alcune attività di produzione e rendere più efficienti determinati processi.

Ma non bisogna confondere la produzione automatizzata di testi con il giornalismo.

La verifica delle fonti, la responsabilità editoriale, la conoscenza dei territori e la capacità di interpretare un avvenimento richiedono attenzione e competenze.

La tecnologia può supportare il lavoro, ma non deve diventare un alibi per rinunciare alla qualità.

Credo che il futuro sarà caratterizzato da redazioni capaci di integrare strumenti tecnologici e competenze umane. Chi riuscirà a trovare questo equilibrio potrà sviluppare modelli editoriali nuovi.

La vera sfida non sarà soltanto pubblicare più velocemente, ma produrre informazione utile, verificata e riconoscibile.

Dopo 34 anni di attività, quali sono state le difficoltà maggiori?

Le difficoltà sono state numerose, come accade in ogni percorso professionale che si sviluppa nell’arco di tanti anni.

Fare editoria significa affrontare continuamente problemi organizzativi, economici, tecnologici e umani.

Bisogna trovare collaboratori, costruire relazioni, sostenere i costi, affrontare i cambiamenti del mercato e cercare di mantenere una direzione editoriale chiara.

Ci sono stati momenti nei quali abbiamo dovuto ripensare strategie e progetti. Altri nei quali abbiamo investito energie in iniziative che hanno richiesto tempi più lunghi del previsto.

Non credo nelle storie professionali raccontate soltanto attraverso i successi. La parte più importante di un percorso è spesso quella che non si vede: il lavoro quotidiano, la capacità di ripartire, la ricerca di nuove soluzioni.

Se sono arrivato fin qui è anche perché non ho mai considerato una difficoltà come una ragione sufficiente per fermarmi.

C’è qualcosa che avrebbe voluto fare diversamente?

Sicuramente ci sono scelte che, con l’esperienza di oggi, affronterei in maniera diversa.

Ma non rinnego il percorso. Ogni stagione mi ha insegnato qualcosa e ogni esperienza ha contribuito a formare il professionista che sono diventato.

A dodici anni non avrei potuto immaginare di lavorare con persone che si trovano in continenti diversi, di seguire progetti editoriali multilingue o di partecipare a iniziative internazionali.

La cosa che rifarei è continuare a sperimentare.

Credo che nel nostro mestiere sia pericoloso pensare di avere già raggiunto una condizione definitiva. Il giornalismo cambia, il pubblico cambia e l’editore deve avere la capacità di cambiare insieme a loro.

Arriviamo al 2029. I vent’anni online de La Prima Pagina saranno una grande festa?

Sarà certamente un momento importante, ma vorrei che fosse soprattutto un’occasione per guardare avanti.

Vent’anni di presenza online rappresentano un risultato significativo. Dietro questa esperienza ci sono migliaia di giornate di lavoro, tantissimi contenuti, collaboratori, interlocutori e lettori.

Non voglio trasformare il ventennale in una celebrazione fine a se stessa. Mi piacerebbe utilizzarlo per raccontare il percorso, valorizzare le persone che hanno contribuito alla crescita e presentare una nuova fase del progetto editoriale.

La Prima Pagina è nata nel 2009 in un contesto completamente diverso da quello attuale. Nel 2029 il mondo dell’informazione sarà ancora cambiato.

Dovremo arrivare a quell’appuntamento con nuove idee, nuovi progetti e una struttura capace di affrontare le prossime trasformazioni.

Il ventennale dovrà essere una tappa, non un punto di arrivo.

Quali sono, dunque, le priorità per il futuro?

Consolidare ciò che abbiamo costruito e continuare a sviluppare la presenza internazionale.

Vogliamo rafforzare Fast News Platform, ampliare le collaborazioni in altri Paesi e dare continuità ai progetti in lingua spagnola, inglese e francese.

Vogliamo valorizzare le pubblicazioni territoriali, perché credo che il giornalismo locale abbia ancora un ruolo fondamentale, soprattutto quando riesce a inserirsi in una rete più ampia.

Ci sono poi le opportunità legate alla produzione audiovisiva, alle dirette e agli approfondimenti. Il pubblico vuole informarsi attraverso linguaggi differenti e noi dobbiamo essere in grado di rispondere a queste esigenze.

Un’altra priorità è quella di costruire relazioni internazionali durature, non limitate a singole iniziative.

Il nostro obiettivo è mettere in comunicazione territori, persone e culture. Non vogliamo semplicemente essere presenti in più Paesi: vogliamo sviluppare un’attività editoriale che abbia un significato in ciascuno di essi.

Se dovesse descrivere il suo percorso attraverso tre città, quali sceglierebbe?

Vibo Marina, Perugia e Barcellona.

Vibo Marina è l’inizio, il luogo delle radici, della prima esperienza con la scrittura e della scoperta del giornalismo.

Perugia rappresenta una parte importante della mia vita attuale. È la città nella quale ho trovato una nuova dimensione personale e professionale, senza perdere il legame con la Calabria.

Barcellona rappresenta invece una finestra sul futuro internazionale, una delle realtà attraverso le quali stiamo ampliando il nostro progetto editoriale.

Ma non mi fermerei a queste tre città. Ci sono New York, Buenos Aires, Toronto, Città del Messico e tanti altri luoghi con i quali stiamo costruendo relazioni.

In fondo, la mia storia professionale è anche una storia di incontri e di collegamenti tra territori.

Che cosa vorrebbe che rimanesse del suo lavoro, al di là delle testate e dei numeri?

Vorrei che rimanesse la capacità di aver dato spazio alle persone e alle comunità.

Un giornale non è soltanto un archivio di articoli. È un insieme di storie, testimonianze, esperienze e relazioni che attraversano il tempo.

In questi anni abbiamo raccontato tantissime realtà, alcune molto conosciute e altre completamente lontane dai grandi circuiti dell’informazione.

Mi piacerebbe che il nostro lavoro fosse ricordato anche per questo: aver contribuito a dare visibilità a territori e persone che altrimenti avrebbero avuto meno possibilità di essere ascoltati.

Naturalmente c’è anche l’aspetto imprenditoriale. Un progetto editoriale deve essere capace di durare, evolversi e sostenersi. Ma la sua ragione d’essere rimane la produzione di informazione.

Un’ultima domanda: se oggi potesse incontrare quel ragazzo di dodici anni che iniziava a scrivere a Vibo Marina, che cosa gli direbbe?

Gli direi di continuare.

Gli direi che la strada sarà lunga, che incontrerà difficoltà e che non sempre le cose andranno come immagina. Gli direi anche che non dovrà mai smettere di imparare, perché il mondo cambierà molto più velocemente di quanto possa immaginare.

Ma soprattutto gli direi di non perdere la curiosità.

Quando ho cominciato a scrivere non avevo una strategia internazionale, non immaginavo un gruppo editoriale e non pensavo che un giorno avrei lavorato con persone che vivono dall’altra parte del mondo.

Avevo soltanto una passione.

Oggi, dopo 34 anni, quella passione è ancora presente. Ha assunto forme diverse, si è trasformata in un’attività editoriale, ha attraversato carta stampata, radio, televisione e digitale, ma non ha perso la sua origine.

Sono partito da Vibo Marina, ho trovato a Perugia una nuova casa e oggi guardo anche a Barcellona e al resto del mondo.

Se c’è una lezione che porto con me è che le radici non sono un limite: sono il punto dal quale puoi partire per arrivare ovunque.

E il viaggio, per quanto mi riguarda, non è ancora finito.